Benessere

Una tavola in legno all’aperto, una tovaglia di fortuna.

Sopra si erge un fiasco di vino rosso, vicino c’è un piatto di pane e salame.

Gino ed Emilio, due amici l’uno di fronte all’altro.

Sembra una scena d’altri tempi.

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“Emilio, sono contento che tu sia venuto. Avevo voglia di parlare”

“Gino, non potevo mancare, sei un amico”

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“Ti ringrazio, ma sai oggi la gente non vuole più parlare. E per parlare non intendo parlarti addosso o parlarsi addosso. Sembrano tutti prigionieri delle proprie convinzioni e non vogliono metterle in discussione”

“Possiamo quindi affermare di trovarci in uno stallo sociale?”

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“Penso che ci sia uno smarrimento individuale e collettivo, però non lo si vuole ammettere. Nemmeno le convinzioni sono più nostre, crediamo che lo siano e forse vogliamo credere che lo siano”

“Cosa intendi dire?”

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“Dico che non facciamo più un percorso interiore. L’abbiamo sostituito con quello esteriore, ci siamo appiattiti sulla volontà della massa, ci siamo lasciati manipolare. Abbiamo svenduto la nostra anima”

“Sono parole grosse!”

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“La realtà è questa: tendiamo ad essere quello che ci dicono di essere. Abbiamo perso la volontà individuale e il pensiero critico e costruttivo”

“Va bene Gino, ti dò anche ragione però adesso tirati su di morale, bevi un po’ di questo buon vino e mangia un po’ di pane e salame”

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Mangiano, bevono, prendono un caffè e si godono il panorama.

Non è un posto affollato, si può godere della natura circostante.

Anche la giornata sembra d’altri tempi: ventilata con un sole gentile, un cielo di tante sfumature d’azzurro e nuvole dalle forme più varie che lo popolano.

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“Emilio, tu credi che ci sia ancora vita reale?”

“In che senso, Gino?”

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“Nel senso che sta diventando sempre più virtuale. Sostituendo la piazza con il centro commerciale abbiamo scambiato la compagnia, la chiacchiera e il gioco con lo shopping anonimo. Poi con l’e-commerce non serve più nemmeno incontrare la gente. E ho detto “serve” perché sembra che un’azione abbia senso solo se mi serve”

“Beh, butteresti via il tuo tempo?”

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“Bisogna che ci capiamo. Noi ormai valutiamo tutto nell’immediato: faccio una cosa e guardo subito il risultato. Anche nel dare, guardiamo subito il tornaconto”

“Ma Gino, sai che si dice che il tempo è denaro”

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“Sì, Emilio. Così però diamo ancor più valore al denaro e sempre meno al tempo che non ci viene più restituito. Tu, invece, oggi per venire qui hai perso una giornata di lavoro senza sapere bene il motivo. Sei venuto comunque, hai dedicato il tuo tempo a me. Tornerai a casa con un incasso in meno perché hai chiuso il tuo negozio e non saprai nemmeno se mi avrai sollevato il morale. È il valore che diamo alle cose che facciamo a fare la differenza: io posso giocare a briscola con qualcuno per noia, per farmi vedere oppure per divertirmi in compagnia”

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Intanto la giornata scorre.

Gino ed Emilio non se ne accorgono come spesso accade quando stai bene.

È pomeriggio inoltrato, ormai la giornata volge al termine e quindi i discorsi si fanno più profondi.

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“Emilio, secondo te che cos’è il welfare?”

“Dimmi Gino, stai scherzando? Lo sanno tutti, è il sistema delle pensioni e poi quello del lavoro e della disoccupazione con la rete di protezione degli ammortizzatori sociali”

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“Emilio, non scherzo sulle cose importanti. Sai che io non mi fermo mai in superficie. Si dice che un Paese è evoluto quanto lo è il suo welfare, quindi suppongo che si debba pensare al benessere delle persone”

“Credo di sì, Gino”

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“Allora spiegami perché uno dovrebbe sentirsi bene quando la comunità ti decreta improduttivo quindi inutile, presto o tardi che sia, ponendoti in quiescenza che significa riposo, eterno riposo”

“Ma dài, Gino. Se uno è in pensione può finalmente fare ciò che vuole”

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“Sì, Emilio, magari con pochi soldi e con gli acciacchi. Ma non è questo il vero problema. Col tempo sono diventato un esploratore dell’animo umano più che dei panorami e dei paesaggi e colgo sfumature che sono tali solo all’apparenza ma in realtà nascondono turbamenti profondi nelle persone”

“Fammi capire”

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“Mi piace pensare, Emilio, che benessere sia poter fare quello che mi piace nei tempi e nei modi più consoni alla fase della vita in cui mi trovo sentendomi in armonia con me stesso e con gli altri, se non altro con quelli che mi sono più vicini cioè il mio prossimo. Questo sembra corrispondere abbastanza bene a ciò che potrei definire “stato di felicità”, ammesso che questa locuzione contradittoria abbia senso”

“Ora mi è chiaro il tuo pensiero, Gino”

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“Emilio, penso che la vita ti travolga se non riesci a capirla”

“Devo ammettere, Gino, che ti sei fatto filosofo”

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Ormai è sera e i due amici stanno per congedarsi.

Emilio è contento, per lui è stata una bella giornata. Ha perso degli affari ma non gli interessa perché torna a casa con il cuore più bello e più grande di prima.

Gino gli rivolge un’ultima domanda: “Emilio, secondo te ha ancora senso parlare di potenza della parola?”

“Sicuramente sì, Gino. Questa volta sono io a darti qualcosa dopo tutto quello che oggi ho ricevuto da te. Un giorno una persona gravemente malata aveva bisogno di un miracolo umano: qualcuno che fosse disponibile a donare il proprio midollo osseo per il trapianto, con una probabilità di successo purtroppo molto bassa. Ebbene, ad una richiesta d’aiuto di poche parole ha risposto un fiume umano di adesioni di persone pronte a intervenire subito. La persona poi è guarita. Potenza della parola”

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              “Grazie Emilio, oggi ho capito che c’è ancora speranza”  

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