Appuntamento

Anna va di fretta quando apre una strana busta trovata nella cassetta postale.

C’è un invito: “Appuntamento al Bar del Lungomare domani alle 19. Firmato: Clara e Lucia”

“Quanto tempo è passato! Sono presa male ma ci vado, sono curiosa”

Anna aveva perso il papà da piccola, poco più di una bambina, quando lui un giorno non fece più ritorno a casa.

Un brillante percorso scolastico in una piccola città di provincia.

Qualche buona amica, sempre le stesse.

Poca voglia di legarsi a qualcuno.

Una mamma sempre attenta, forse troppo.

Poi il lavoro, grandi opportunità e grandi spostamenti.

Ad un certo punto la domanda: “Ma io chi sono, cosa voglio?”

Risposta: il vuoto.

Un senso di smarrimento, di terrore a livello fisico.

La consapevolezza di una solitudine incipiente perché, man mano che la vita scorre, può farsi il vuoto intorno a te se nel tempo non hai costruito relazioni profonde.

Un lavoro che assorbe totalmente, non lascia spazio ad altro, ti cattura, ti fa sua prigioniera e poi ti abbandona quando non gli interessi più.

“E allora no, voglio restare, troverò qualcosa da fare a casa mia perché la mia casa non mi può abbandonare”

Clara, una compagna di scuola, diventata un’amica nel periodo tra l’adolescenza e la gioventù, poi persa di vista.

La vita è così, ad un certo punto si perdono le tracce gli uni degli altri ma ciò non significa che siano stati incontri poco importanti: tutt’altro.

Clara con la sua vitalità sprizzava energia da tutti i pori, la sua voglia di vivere era forse una reazione ad una situazione difficile in famiglia.

Le difficoltà economiche avevano creato una lacerazione nel rapporto tra i suoi genitori che, nel tempo, si erano sempre più allontanati tra loro.

Clara ha sempre cercato di scappare, forse da sé stessa.

Relazioni fugaci, perché non vuole affrontare la fine della relazione che conta davvero.

“Forse cerco la piccola fine per cominciare di nuovo ogni volta, fingendo a me stessa di non accorgermi del tempo che passa. Preferisco tante volte una piccola fine piuttosto che la fine”

Lucia era cresciuta con Clara e Anna, ma al contrario delle sue due amiche aveva goduto di un’adolescenza serena.

Aveva sempre cercato l’uomo dei suoi sogni per fare famiglia.

L’aveva trovato ed era andata a metter su casa in un’altra città per motivi di lavoro del marito.

Nel tempo sono venuti anche i figli.

La ricerca dell’armonia, di vedere persone felici intorno a sé, l’ha sempre portata ad accontentare tutti per vederli andare d’accordo tra loro.

Marito, figli, genitori, suoceri, il tempo ha prodotto un logorio difficile da sostenere ma che le ha dato il ritmo quotidiano, le ha riempito la giornata e la vita.

“Ora che i figli sono grandi e mio marito ha i suoi soliti impegni di lavoro avverto un senso di inutilità, una specie di sindrome da nido vuoto”

Tra loro c’era vera amicizia, non erano semplici compagne di merende.

Tutto è partito proprio da lei Lucia che, presa da un desiderio di ritorno al passato, aveva cominciato a cercare nella scatola dei ricordi finché un giorno, trovate vecchie foto, ha deciso di contattare Clara e da lì è partita l’idea di ritrovarsi tutte e tre assieme.

Nostalgia di una stagione della vita che non torna più?

Chissà perché, fatto sta che nel tempo le emozioni e le passioni si sfumano. Forse perché si trasformano in qualcos’altro, quando durano diventano sentimenti profondi sui quali si costruisce una vita, una famiglia.

C’è però uno smalto che va perso, il prezzo da pagare perché il raggio di luce che fa comparire l’arcobaleno apra la strada ad una bella giornata di sole e l’arcobaleno svanisca lasciando il posto al cielo sereno.

Le immagini hanno il potere magico e agrodolce di farci rivivere i momenti irripetibili dell’arcobaleno.

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Sono le 19 al Bar del Lungomare.

Anna non è mancata all’appuntamento. Clara e Lucia erano lì ad aspettarla.

Cosa si siano dette lo sanno solo loro.

Lucia: “Non vi sembra che la nostra sia una società senza memoria, proiettata solo in avanti?”

Clara: “La memoria ci aiuta ad apprezzare. L’ho imparato a mie spese. Per non soffrire non ho mai voluto legarmi a qualcuno. Capivo dopo, quando l’avevo perso”

Lucia: “Io vi dico che ad un certo punto arrivi a sentirti ingombrante e allora è meglio farsi da parte. In fin dei conti con i figli è così: il successo è la perdita. Se hai fatto un buon lavoro li perdi, li devi perdere”

Clara: “E’ anche vero che al venir meno di un mondo esteriore si può recuperare il proprio mondo interiore. Forse perdiamo buone occasioni per farlo nella nostra incessante corsa senza fine per sfuggire sempre a qualcosa o a qualcuno”

Anna: “Sapete cosa vi dico? Siamo qui tutte e tre assieme come tanti anni fa sempre al Bar del Lungomare che in fin dei conti non è poi cambiato più di tanto, ma siamo noi che siamo diverse e allo stesso paesaggio diamo una connotazione diversa, un significato diverso. È il valore che noi attribuiamo a ciò che ci sta intorno, il colore con cui decidiamo di dipingere il paesaggio”

Una cosa è certa: chi credeva di essere forte si è riscoperta debole e chi pensava di essere fragile ha capito di avere forza interiore.

Quali tracce lasciano eventi tra loro simili nella psiche di persone diverse?

Quanto di noi stessi conosciamo?

Quando veniamo a conoscere parti di noi che non avremmo mai immaginato ci fossero?

Forse mai, forse devono capitare circostanze particolari perché ciò accada.

Forse ognuno è nato per uno scopo, una specie di missione della quale può accorgersi come no. Può capitare di capirlo subito in gioventù, come in vecchiaia, come anche mai.

In fin dei conti che importa?

Ai fiori non interessa la roccia che c’è intorno.

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