
“Non ne posso più. Chiacchierano troppo, non si riesce a far lezione”
“E ti lamenti?”
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“Beh, un po’ di rispetto per l’insegnante”
“Ti senti ferita nell’orgoglio? Si sa che la figura del padre è evaporata”
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“Quindi le regole sono ormai un optional?”
“Diciamo che la società è orizzontale perché sono sublimati gli adulti. Sono gli adulti a dire che i ragazzi non parlano più e se lo fanno è solo attraverso i “Social”, ma non è vero. Quindi ben vengano le chiacchiere”
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“A me sembra che siano sempre connessi”
“A me sembra di no. Volutamente nella mia ora lascio del tempo per la chiacchiera “terapeutica” e noto con piacere che parlano di tutto, molto più di quanto noi adulti possiamo pensare. A dirla tutta, forse siamo noi adulti che usiamo la tecnologia come nostra protesi e non riusciamo o non vogliamo scollarci da essa nemmeno al tavolo del ristorante gli uni davanti agli altri”
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“C’è del vero in quello che dici. Forse noi adulti ci siamo un po’ persi, ci vorrebbe più coerenza tra quello che diciamo e quello che facciamo”
“Sì, ma non è solo questo. Non siamo di grande esempio per i giovani ma, soprattutto, è stato smontato un sistema e niente è stato montato in sua vece. Non è questione di riempire il vuoto, è questione che se ho riferimenti per orientarmi posso scegliere di cambiare strada ma, se mi manca la bussola o la stella polare, mi smarrisco”
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“Quindi siamo noi i responsabili?”
“Bisogna essere responsabili, altrimenti che adulti siamo? Dovremmo essere prima donne e uomini e poi professionisti mentre in realtà accade il contrario”
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“Cosa intendi dire?”
“Spesso non scegliamo la cosiddetta “linea di minor resistenza” cioè non scegliamo di fare quello per cui siamo nati e c’è sempre qualcosa per cui siamo nati. Forse non facciamo quello che desideriamo per la paura atavica dell’abbandono. Forse perché pensiamo di soffrire meno senza scegliere e ci convinciamo che questa strategia difensiva sia la strada giusta”
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“Ti riferisci alla comfort zone?”
“Può diventare la nostra gabbia. Così però viviamo di rimpianti e di insoddisfazioni. Cerchiamo compensazioni oppure ci imponiamo una vita di sacrifici e viviamo accompagnati da un costante velo di malinconia”
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“Ci può essere d’aiuto qualcuno o qualcosa?”
“Oggi abbiamo una grande fortuna. Certe ricerche delle neuroscienze come l’epigenetica ci danno messaggi chiarissimi”
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“Spiegati meglio”
“Da non molti anni si parla di Connettoma, l’insieme delle reti neurali, cioè l’insieme delle connessioni all’interno del nostro cervello e del nostro sistema nervoso. Hanno dimostrato che il Connettoma viene influenzato e modellato dall’ambiente”
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“Quindi?”
“Modificando le nostre relazioni quotidiane possiamo migliorare la qualità della vita nostra e di chi ci sta vicino perché il Dna umano fa esperienza di apprendimento dalle emozioni”
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“Capisco che, più che fare, bisogna essere e poi fare”
“È quello che intendevo quando dicevo: “Prima donne e uomini e poi professionisti, non viceversa”. Dobbiamo renderci conto che le emozioni più intense si vivono in corrispondenza della nascita e della perdita di una relazione affettiva ma che tutti i giorni possiamo infondere passione a quello che facciamo”
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“Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro?”
“Vogliamo e dobbiamo tornare ad impadronirci della nostra identità. Non dobbiamo confondere il mezzo con il fine. La tecnologia è, e deve rimanere, uno strumento nelle nostre mani. La società orizzontale non deve essere un ostacolo, un limite oppure un alibi. I ragazzi sono un libro bianco da scrivere, dobbiamo cercare la penna che abbiamo smarrito e, trovatala, usarla con passione. Buona vita”
