Antropocene

“Credo che la domanda: “Una macchina può pensare?” sia talmente priva di senso da non meritare commenti. Tuttavia ritengo che alla fine di questo secolo l’uso dei termini e l’opinione della maggior parte della gente subiranno tali mutamenti che si potrà parlare di macchine pensanti senza timore di essere smentiti.” (Alan Turing – 1950)

Così si pensava che l’ultimo stadio dell’evoluzione umana fosse un ipotetico “Uomo di Turing”, mezzo uomo e mezza macchina, che ha un microchip interfacciato con il cervello.

Oggi invece si vede un cambiamento radicale all’orizzonte.

Quale paradigma per il futuro?

Reinventare le organizzazioni secondo un modello evolutivo.

Le strutture precedenti, per quanto resilienti e adhocratiche, partivano dall’esterno.

È venuto il momento di partire dall’interno di noi stessi: dobbiamo addomesticare il nostro Ego, cambiando quindi prospettiva.

Si sta prefigurando un’autonomia organizzativa per propositi evolutivi al fine di favorire la pienezza di vita e la possibilità di diventare persone autentiche (Teal Organization).

Un nuovo stadio della coscienza umana che, dopo decenni di crescita infinita con risorse finite, diventa finalmente consapevole.

Studi dell’Università di Harvard hanno dimostrato che la felicità dipende dalla qualità delle relazioni umane. Studi dell’Università di Princeton hanno dimostrato che sotto una certa soglia di reddito è garantita l’infelicità ma che un reddito alto non assicura la felicità.

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“L’unica cosa che interferisce con il mio apprendimento è la mia istruzione”

“Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo” (Albert Einstein)

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È necessario compiere un progresso interiore che ci porti ad una diversa visione di noi stessi e del mondo.

A partire dalla scuola dove vorremmo interpreti, non solo esecutori.

Potremmo far nascere domande prima di dare risposte.

Potremmo pensare alla forma mentis più che alle informazioni.

Potremmo occuparci del contenitore prima dei contenuti.

Potremmo cercare di non confondere strumenti con obiettivi.

Potremmo distinguere tra intellettuali e intelligenti.

Potremmo condividere il sapere con passione e cura per ciascuno.

Potremmo educarci ed educare facendo emergere la parte migliore di ogni persona.

Potremmo accompagnare le persone che ci sono state affidate in un cammino di crescita intellettuale e spirituale con la presenza non invadente di chi sa essere guida e riferimento.

Donando libertà, amore, creatività, possiamo entrare per sempre nel cuore e nella mente di chi è cresciuto con noi.

La scuola e il mondo sarebbero sicuramente migliori se ci fossero più insegnanti e meno professori, più poeti e meno automi, più donne e uomini autentici e meno persone autoreferenziali.

Forse saremmo tutti più felici.

È difficile ma si può.

Abbiamo il desiderio di farlo prima che il dovere di farlo.

Se questo non è possibile in un posto, lo si può fare in un altro perché l’opera teatrale, nella quale noi recitiamo finalmente noi stessi, può essere messa in scena anche nel palcoscenico di nuove aule o di nuove fabbriche.

In platea c’è il pubblico, il nostro giudice.

Ciak si gira.

Si gira pagina.

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“Vera nobiltà non è essere necessariamente migliori degli altri bensì migliori di quello che noi stessi eravamo ieri” (Ernest Hemingway)

“Beati i sognatori, gli idealisti, i teneri, i semplici. Beati i grandi che non hanno perso la voglia di sentirsi bambini nell’animo. Beati coloro che non rinunciano all’amore per paura. Beati i cuori impavidi” (Albert Einstein)

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